Nürburgring, l'ultima trincea dei romantici

La 24 Ore del 'Ring non è solo una gara, ma rappresenta la sfida più estrema e genuina del motorsport, sia in pista che sugli spalti
Nürburgring, l'ultima trincea dei romantici
© Mercedes-Benz Group

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 19 maggio 2026, 09:47

Il Nürburgring non ha buone maniere. Non suona il campanello, butta giù la porta d’ingresso. È una foresta che respira, un drago verde acquattato nell’Eifel che ti mastica e, se proprio gli sei anda to a genio, ti risputa fuori all’alba. In un mondo piallato dal marketing e dalle con venienze, questa 24 Ore resta un rito pagano, cinico e bellissimo. Un luogo dove la spiritualità dei motori non è stata anco ra raschiata via con il bisturi dei contabili.

Effetto Verstappen e l'Italia sul podio

Qui sopravvive, incrostato sulle lamiere ammaccate, un motorsport duro, pane e salame. C’è odore di salsicce arrostite, di gomma bruciata, di sudore e di fatica. È una parrocchia laica, l’Eifel. Una vecchia osteria dove il tempo si è seduto in un angolo, ha ordinato una birra scura e non se n’è più andato. Trecentocinquantaduemila anime, in un fine settimana. Una transumanza laica tra gli abeti, tende piantate nel fango e nella speranza, polverizzando i duecentottantamila dell’anno prima. Lo chiamano “effetto Verstappen”, e in fondo bisogna capirli. L’olandese ha mandato i pini in estasi, calandosi nell’abitacolo come un domatore feroce, uno che com prende solo la ruvida lingua dei pistoni.

Non ha vinto, no. La meccanica, che è signora volubile, ha deciso di tradire la sua AMG sul più bello, abbandonandolo a poche ore dall’arrivo quando ormai di spensava lezioni di traiettorie ai sassi. Un finale amaro, da romanzo d’appendice. Ha vinto un’altra Mercedes, quella di Maro Engel e dei suoi compagni di fatica.

E in questo podio c’è anche un bel pezzo d’Italia, un’Italia che sgomita e stringe i denti: Mirko Bortolotti secondo, Mattia Drudi terzo.

Tra l'elitarismo della F1 e la genuinità del 'Ring

Roba da far tremare le vene ai polsi, roba vera, di sostanza. Viene spontaneo, a guardare questa marea di volti sporchi di fumo aggrappati alle reti, pensare alla F.1 di oggi, asettica e pettinata. Ovvio non si mescola il vino rosso con l’acqua minerale frizzante. Vero. Ma qui si respira ancora attingendo alla propria memoria, non si vive so lo nell’ansia compulsiva del futuro.

Nico Hülkenberg, che pure a Le Mans ci ha vinto e dovrebbe conoscere il ventre caldo dell’endurance, nei giorni scorsi ha emesso una sentenza fredda, da impie gato del catasto: «La F.1 si basa sulla tecnologia all’avanguardia... e se non ti piace, non sei obbligato a guardarla». Il Marchese del Grillo in tuta ignifuga. Io so’ io, e voi non siete un c…o. Sordi non l’avrebbe cesellata meglio. Ecco servito, su un piatto d’argento, l’epitaffio per il tifoso romantico. Tradotto nel gelido esperanto aziendale delle multinazionali, il messaggio suona più o meno così: se il nostro prodotto di lusso, in farcito di batterie, algoritmi da secchioni e alucce mobili non incontra i vostri gusti superati, la porta è quella in fondo. Tanti saluti e accomodatevi pure fuori. Dimenticano, nel comodo e asettico salotto del Circus, che la “vecchia scuola” non è mai stata una pigra resistenza al progresso.

Era, ed è, la consapevolezza profondamente umana che se togli dal piatto l’eroismo, se cancelli la variabile impazzita dell’imprevisto e l’emozione del limite, restano solo macchinari costosissimi che girano in tondo senza un perché. Come dei criceti milionari. La 24 Ore del Nürburgring, invece, ti prende per il bavero, ti sbatte in faccia la notte e ti ricorda che da qualche parte, nel fango e nell’odore di freni cotti, la magia resiste ancora. Che Dio, o chi per lui, ci conservi a lungo questo Inferno Verde.

Il senso del 'Ring: sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)

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