Il cannibale bambino e l'assedio alla Rossa

Kimi Antonelli conquista Monaco ottenendo la quinta vittoria di fila e lasciando le briciole agli avversari. Nel frattempo, la Ferrari si prepara a difendere il trono alla 24 Ore di Le Mans
Il cannibale bambino e l'assedio alla Rossa
© Getty Images

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 9 giugno 2026, 09:03

Le Mans, assedio alla Rossa

C’è un fantasma che si aggira per la tana dei grand commis dell’automobilismo francese, lì nei salotti ovattati dell’Automobile Club de l’Ouest, tra una boiserie e una flûte di champagne: il terrore del poker. Immaginate la scena: la Ferrari, arrivata dalla via Emilia con i suoi ingegneri in rosso, che per tre anni di fila ha osato banchettare impunemente nel santuario della Sarthe, sfilando la corona ai legittimi signori dell’endurance. Tre edizioni della 24 Ore incassate l’una dopo l’altra. Centenario compreso. Un affronto intollerabile per l’ortodossia del motorsport globale, un’eresia che ha fatto saltare i nervi ai colossi dell’auto e mandato ai matti i burocrati dei regolamenti.

Adesso, alla vigilia della novantaquattresima edizione, il sinedrio dei grandi sconfitti è riunito in seduta plenaria. Tutti contro uno. La regina 499P si ritrova accerchiata in una riedizione motoristica di Fort Alamo, o se preferite, dell’irriducibile villaggio di Asterix. La sola idea che la Ferrari possa agganciare nel pantheon i mostri sacri capaci di calare quattro centri consecutivi — leggende come l’Alfa Romeo 8C degli anni Trenta, la granitica Ford GT40, la Porsche 956 e l’Audi R18 — fa tremare i polsi a chi, in questo affare, ha investito fiumi di denaro per ritrovarsi a masticare polvere e rimpianti.

Prendete la corazzata Toyota. I disciplinatissimi samurai di David Floury, dopo aver spadroneggiato nel biennio precedente al ritorno del Cavallino, vivono l’incubo di una perenne subalternità. Per mondare l’onta del 2023, si sono chiusi in un ascetismo fatto di test massacranti a Spa. O i tedeschi della BMW, con la muscolare M Hybrid V8: gente che per DNA non lascia nulla all’improvvisazione. Per non parlare della Cadillac e del Team Jota, impantanati in una crisi che sa di psicodramma: un colosso a stelle e strisce costretto a elemosinare gloria, pena il ritiro e il mesto ritorno in IMSA.

Balance of Performance vero protagonista a Le Mans

Ma il vero convitato di pietra in questa congiura contro l’anomalia italiana è lui, l’insondabile, il machiavellico Balance of Performance. Il famigerato BoP. Da quest’anno, i soloni dell’A.C.O. hanno deciso di blindare il pallottoliere. Niente scartoffie, niente dibattiti: i parametri che strangolano o esaltano le vetture sono stati secretati, sussurrati solo alle scuderie. Una scelta squisitamente bizantina. La scusa ufficiale? Evitare i piagnistei e salvaguardare lo show. La cruda realtà? Gestire il potere assoluto. Perché a Le Mans il BoP si affida a calcoli astrusi emersi in omologazione, con la perenne spada di Damocle dei provvidenziali ritocchini dell’ultima ora, alla vigilia del via. Un vero e proprio latinorum motoristico. È in questo groviglio di veti, sospetti e alchimie burocratiche che Maranello si prepara alla sfida definitiva.

Rintanati tra le mura amiche di Fiorano, lontani dai radar, gli uomini in rosso hanno consumato infinite ore di simulatore e verifiche maniacali. Sanno perfettamente che quest’anno non basterà avere la vettura migliore o la tecnica più pulita. Servirà sopravvivere non solo ai trecentomila devoti assiepati sulle tribune e alla fatica infame di una maratona sfiancante, ma soprattutto ai bizantinismi di chi, col bilancino truccato alla mano, proverà a impedire in ogni modo possibile che il cielo francese si tinga, per la quarta e insopportabile volta, ostinatamente di rosso.

(2/2)

Iscriviti alla newsletter

Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail

Premendo il tasto “Iscriviti ora” dichiaro di aver letto la nostra Privacy Policy e di accettare le Condizioni Generali di Utilizzo dei Siti e di Vendita.

Commenti

Loading