Kimi Antonelli: scusa se vinco

Il bolognese segna l'ottavo centro stagionale e ammette che a meritarla, al Madring, sarebbe stato Norris. Mentre la nuova pista spagnola si rivela un... luna park dello sbadiglio
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Kimi Antonelli: scusa se vinco
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Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 15 settembre 2026, 10:10

Ci sono domeniche in cui il destino veste i panni del baro, si siede al tavolo verde dell’asfalto e trucca la roulette. Decide, con insindacabile crudeltà, che chi ha speso tutto, chi ha corso come un dio in fuga aggrappato al vento, deve restare con le tasche vuote. Il Madring non è solo un circuito urbano, è un’arena, un catino bollente di cemento e vanità. E in questa corrida d’acciaio, Lando Norris aveva danzato come il matador perfetto. La pole del sabato, bellissima e spietata, un ricamo sul limite. Poi la fuga solitaria della domenica, un ritmo che spezzava il fiato agli avversari, la sensazione netta di un’intoccabilità quasi divina. Finché non appare il lampo giallo. Una Virtual Safety Car, l’errore banale di Stroll che va a sbattere e, come il proverbiale battito d’ali di farfalla, la grammatica del mondo si ribalta.

Antonelli conquista la numero 8

Così, il piatto ricco e imprevisto finisce dritto nelle mani di Kimi Antonelli. Il ragazzo di Bologna, colui che sta prendendo a schiaffi le vecchie gerarchie con la grazia inesorabile di un eletto. Ottava vittoria stagionale. Un’enormità. Una faglia che si allarga sotto i piedi di chi tenta, disperatamente, di stargli in scia. Ma la vera grandezza di Kimi, in questa strana domenica madrilena, non abita nel trofeo sollevato a favore di telecamere. Sta nella voce. Via radio, a motori ancora caldi, e poi davanti ai taccuini, con quella sincerità disarmante che i cinici derubricano a ingenuità infantile e i saggi riconoscono come statura morale. «Non dovevamo vincere. Questa era di Lando».

Non è merce da tutti. La Formula 1 è da sempre un covo di squali, un ecosistema famelico dove la sfortuna altrui si azzanna e non si restituisce mai, figuriamoci chiedere scusa per averne approfittato. Kimi ha preso la coppa, certo, perché lo sport è anche questo: un pendolo amorale che oscilla tra il merito sudato e il caso cieco. A Silverstone il fato gli aveva scippato una rimonta da antologia per un capriccio della meccanica, lasciandolo a piedi con il sapore di cenere in bocca. A Madrid, la ruota ha girato al contrario. È il saldo della vita, il risarcimento del karma agonistico. Antonelli lo sa, incassa e non si atteggia a supereroe. Celebra a bassa voce, per pudore, quasi scusandosi di aver sfilato la corona al legittimo proprietario in una festa che non aveva organizzato lui.

Kimi, che sangue freddo

Toto Wolff lo guarda dal muretto, scruta i monitor e sente i capelli imbiancare un po’ di più. C’è sempre un brivido di puro terrore quando un talento così cristallino si muove costantemente sul filo del rasoio. Ma Kimi ha imparato l’arte preziosa dell’isolamento acustico. Non sente il rumore di fondo. Sull’asfalto iberico si è ritrovato chiuso nella morsa più asfissiante che un pilota possa immaginare. Charles Leclerc davanti, una macchia rossa ostinata che non fa sconti. Max Verstappen negli specchietti, un predatore con gli occhi da tigre che aspetta solo una goccia di sangue per sferrare l’attacco. Un panino avvelenato. Chiunque altro sarebbe andato in debito d’ossigeno, tremando sul freno. Il bolognese no. Freddo, impermeabile alla pressione, ha gestito i pesi e le misure di una gara nevralgica con l’algida precisione di un veterano, confermando che il divario prestazionale con George Russell non è più materia di discussione, ma una consolidata, gelida statistica.

Certo, l’orizzonte del gran finale è ancora lontano. Guai a suonare le trombe in anticipo, a vestire i panni dei trionfatori quando c’è ancora mezza maratona da consumare. I peana celebrativi sono la via più rapida per l’illusione, e i campionati, si sa, non si vincono sotto il sole di fine estate. Ma c’è una sensazione di ineluttabile che avvolge le spalle di questo ragazzo. Non vince solo quando la macchina vola e tutto è perfetto. Vince anche quando il cielo decide di allinearsi per lui, quando le disgrazie altrui gli aprono improvvisamente il varco. È la benedizione non scritta dei campioni, quel tocco magico che trasforma le combinazioni astrali in trionfi terreni. Antonelli ha compreso la lezione più dura di questo circo nomade: il talento ti porta in prima fila, ma è l’equilibrio della testa che ti fa attraversare le burrasche senza affondare. Poteva essere un secondo posto felice, un terzo di lucida e calcolata amministrazione. È arrivata un’ottava sinfonia, forse stonata nelle premesse, ma dolcissima nell’epilogo. Il Mondiale gli sta correndo incontro, quasi affascinato. E lui lo aspetta a braccia aperte, senza l’ansia divorante di chi deve dimostrare qualcosa a tutti i costi, ma con l’attesa serena di chi sa che il destino, se lo rispetti, alla fine ti viene a cercare.

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