Vasseur e Ferrari, il miraggio della serenità

La Rossa lascia Baku senza podio e in crisi di risultati, mentre il team principal appare sempre più isolato, tra malumori dei piloti e le voci insistenti su Chris Horner
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Vasseur e Ferrari, il miraggio della serenità
© Getty Images

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 29 settembre 2026, 09:53

Anche per la Ferrari, costretta ormai non più a sognare in grande, ma a guardarsi le spalle da una McLaren che, pur incappando in uno zero in classifica a Baku, è lì a 72 punti di distanza, pronta a pungere e a prendersi la seconda piazza tra i team su circuiti a lei ben più congeniali. Eppure, non è tanto l’assenza dal podio in terra azera a sorprendere. Che la pista non fosse l’habitat naturale per esaltare (o per mascherare i difetti) della SF-26 era noto.

È il trend a gelare il sangue nelle vene. C’è un dato che, da solo, dovrebbe zittire ogni recriminazione sulla “serenità”: Max Verstappen, al volante di una Red Bull che raramente negli ultimi tempi ha rappresentato la seconda forza in pista, ha raccolto almeno due podi in più dei piloti del Cavallino. È il segno plastico, inequivocabile, di come Maranello abbia drammaticamente faticato a sfruttare le occasioni propizie. Non è colpa dei giornalisti se la SF26 pecca di potenza e, soprattutto, palesa una cronica difficoltà nell’accendere gli pneumatici; un tratto congenito, figlio di una “gentilezza” sulle gomme che in gara può trasformarsi in un pregio, ma che sul giro secco si condensa in un limite insormontabile.

Quella presenza zempre più ingombrante di Horner

E in questo clima da basso impero, dove la crisi tecnica sta lievitando a vero e proprio “caso” politico (mentre finora, almeno in Italia, l’attenzione era stata provvidenzialmente distolta dai trionfi del giovane Antonelli), si inserisce il convitato di pietra. Il fantasma che agita i sonni di Vasseur: Christian Horner.

Horner piace da tempi non sospetti al presidente John Elkann. E le recenti, allusive dichiarazioni dell’inglese al Times hanno l’effetto del sale sparso sulle ferite aperte. «Il signor Horner sta cercando un lavoro e lo sanno tutti, ovunque», ha sbottato Vasseur, tradendo un nervosismo evidente. «Ma cosa posso fare? Cerco di dare il massimo per spronare la squadra... Il mio è il miglior lavoro del mondo, abbiamo ancora 7 gare da disputare e io darò il massimo sino all’ultima curva». E a chi gli chiede, beffardamente, se si veda a lavorare con Horner, risponde con una malizia raggelante: «Dovete chiederlo al mio assistente...».

Forse questo bizzarro capovolgimento di causa ed effetto, questa convinzione che sia l’ambiente a rovinare la macchina e non la macchina lenta a invelenire l’ambiente, il buon Vasseur lo spiegherà in via confidenziale agli amici giornalisti francesi, tra una pacca sulla spalla e l’altra. D’altronde, che della stampa italiana non abbia la minima stima non è certo un mistero glorioso. È un fastidio palpabile, un’alzata di spalle tutta transalpina di fronte a chi, da questa parte delle Alpi, ha il brutto vizio di non accontentarsi delle rassicuranti frasi fatte aziendali. E sapete che c’è? Che su questo punto, e solo su questo, siamo pienamente d’accordo con lui. Il sentimento sta diventando cordialmente reciproco.

Situazione incandescente a Maranello

Ma se c’è un termometro che misura meglio di ogni altro la temperatura interna della Scuderia, non sono le piccate risposte del muretto, ma i silenzi di chi sta nell’abitacolo. La pazienza è al lumicino. Prendete l’intervista rilasciata da Lewis Hamilton ai microfoni di Sky UK. Un capolavoro di laconica disperazione. A precisa domanda sulle voci riguardanti Horner e sulla fiducia nella rotta tracciata da Vasseur, il 7 volte iridato si è limitato a un secco, glaciale: «Sì». Siete uniti? C’è affiatamento? (Annuisce). «Sì». Cosa si può fare per le gare rimanenti? «Continuare a provarci». Fine delle trasmissioni. Tre sillabe per liquidare mesi di chiacchiere, promesse e strategie sbandierate ai quattro venti.

Il discorso, in definitiva, deve necessariamente volare più alto del motore che non spinge o del fondo che non genera carico. A frenare questa SF-26, a tenere in ostaggio la Ferrari, sono tare gestionali, organigrammi bizantini, fattori sistemici che allargano le responsabilità a sfere decisamente più elevate di quelle del solo Vasseur. Dinamiche complesse e scivolose di cui lo stesso Horner – sempre che le sue mire italiane prendano definitivamente corpo – dovrà tenere ben conto prima di sedersi su quella poltrona elettrica. La situazione è incandescente. I nodi stanno venendo al pettine, inesorabili. A noi, orfani della “serenità” invocata dal team principal che fugge dalle responsabilità, non resta che metterci comodi alla finestra, a osservare l’evolversi della commedia. Stando ben attenti a scorgere chi, in questo intricato gioco di specchi e di alibi, farà per primo la prossima, fatale mossa. Perché sotto il cielo di Maranello, si sa, le vere sorprese non arrivano mai dalla pista.

(2/2)

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