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Antonelli? È l’umarell del suo stesso cantiere
Il Kimi che proviene da Baku, Sepang e Singapore ha il vanto d’aver gestito tutto provando per la prima volta nella sua vita a ragionare da vecchio campione che sa farsi bastare le cose, senza strafare...

Pubblicato il 12 ottobre 2026, 11:17
Di Antonelli per fortuna ce n’è uno, ma, a ben guardare, i Kimi ora sono due. Quello sensazionale dalla Cina in poi e fino a Zandvoort, passando per Monza. Il bambino prodigio delle cinque vittorie consecutive, guarnite poi delle affermazioni in Belgio, Italia e Olanda, ovvero Mister Ottonelli, citando una ormai ben nota cover di Autosprint - a proposito, un mese ma mi ferma per strada un tizio e mi stringe la mano dicendo: “grazie, tifo Kimi e con quella copertina mi avete regalato la più grande emozione della mia vita: sappiate che di cognome faccio Ottonelli” -, insomma, fatemelo dire, ché sennò mi intorcino: e poi esiste il secondo Antonelli. Oh, l’ho detto. Quello di Baku, Sepang e Singapore, il quale cambia atteggiamento e diventa il minimalista di se stesso, correndo usando ben oltre il chilo e e mezzo di cervello che abbiam di media, senza badare a quelli che vincono e pensando esclusivamente ai casi suoi, ovvero a limitare i danni, portando sempre a casa il maggior numero di punti possibili.
Kimi è capace anche di correre in sordina
Un Antonelli completamente differente per postura mentale e attitudine da quello ipervincente e sensazionale. Una specie di genietto che si fa impiegato del catasto, o l’ultimo Alberto Ascari che prende le fattezze del primo Niki Lauda, realizzando che a questo punto del campionato diventa fondamentale evitare errori e portare fieno in cascina. Dando momentaneamente addio alle imprese, per pensare ai conti di bottega. E se a Baku a ridurlo a più miti consigli è un incidente in qualifica, in Malesia e in Indonesia è la chiara consapevolezza che la corsa vera e propria per la vittoria la faranno altri e a lui non resta che correre serenamente d’attesa, pensando a non rovinare nulla. Perché il titolo mondiale è un monumentale affresco a mosaico, che si costruisce con pazienza infinita, aggiungendo sapientemente anche poche tessere per volta.
E così l’AKA#12 più sorprendente, giunti a tre quarti di stagione, si trasforma all’occorrenza in un campione sottotraccia, uno in grado di capire che certe volte meno è più e che restare sotto le righe è il modo migliore per finire sopra, a fine anno.
In altre parole, l’Antonelli di questo periodo, tutto sommato, è ancora più incredibile e sorprendente di quello d’inizio stagione. Perché con una Mercedes strepitosa e puntualmente dominante, il compito principale resta quello di far meglio di Russell, mentre quando la W17 comincia a perdere qualche colpo e magari anche a mancare l’efficacia di un pacchetto di aggiornamento, allora la mission diventa completamente diversa. E la strategia da iperoffensiva somiglia tanto al caro, vecchio glorioso catenaccio di certe squadre quadrate, adamantine e belle sgamate che sanno anche chiudersi, far girare la palla e difendere dignitosamente il risultato, senza tuffi sconsiderati e svarioni marchiani.
Lo step 2 di Antonelli: sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)
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