Un bacio al destino

Ayrton lottava contro i suoi demoni, Alex ci faceva a pugni e poi li invitava a bere una birra. Ora condividono l’uscita di scena. La stessa porta stretta
Un bacio al destino
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Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 5 maggio 2026, 09:31 (Aggiornato il 5 maggio 2026, 10:40)

E poi c’è la pista. Che non fa sconti, specialmente quando si corre sfiorando i muri. La gara di Antonelli è stata un capolavoro di scacchiere e nervi. Non ha vinto per caso, Kimi. Ha vinto tenendosi dietro un certo Lando Norris, che di mestiere fa il campione del mondo e che ha provato in ogni modo a mettergli il fiato sul collo.

Ma il ragazzino non ha fatto una piega. Mai una sbavatura, mai un’incertezza, nemmeno quando il cambio della sua Mercedes ha iniziato a fare i capricci, minacciando di rovinare la sinfonia. Kimi ha gestito il problema con l’astuzia di un vecchio lupo di mare, disinnescando la crisi con mosse giuste al momento giusto. Una mentalità d’acciaio avvolta nel velluto.

Nel ventre del box, intanto, Toto Wolff sorrideva. Un sorriso accennato, furbo. Ufficialmente fa il pompiere, l’austriaco: non vuole che si pronunci la parola “Mondiale”, cerca di gettare acqua sul fuoco dell’entusiasmo. Ma la matematica è una scienza ostinata e le classifiche non conoscono la diplomazia. Cento punti in quattro gare. Venti lunghezze di vantaggio sul primo degli inseguitori, che poi sarebbe il suo compagno di squadra Russell, uno che in teoria doveva fargli da chioccia e che invece si ritrova a guardargli gli scarichi.

Tre vittorie su quattro Gran Premi disputati. Quattro podi consecutivi all’esordio. E, soprattutto, il primo pilota nella storia di questo sport antico e crudele a centrare le prime tre vittorie in carriera consecutivamente, e per giunta scattando sempre (e mai bene) dalla pole position. Numeri che farebbero tremare i polsi a un veterano, figuriamoci a un diciannovenne.

Tutti, nel paddock, si guardano intorno sorpresi. I vecchi saggi della Formula Uno, i cronisti scafati, i rivali. Tutti sono sorpresi che questo ragazzino emiliano sia già lì, seduto sul tetto del mondo con l’aria di chi aspetta l’autobus. Tutti sono sorpresi. Tranne lui. Kimi sa di essere nel posto giusto. Non c’è arroganza in questo, ma solo la pacata consapevolezza di chi conosce il proprio valore e si fa beffe della pressione.

Di quelli che, quando il destino mescola le carte e le distribuisce sul tavolo verde, sanno di avere in mano la scala reale. Lo conferma quando, sfilato il casco, affida le sue parole ai microfoni con una lucidità disarmante, le frasi asciutte come l’asfalto che ha appena domato: «Rimanere concentrati, il campionato è ancora lungo. Continuare a lavorare. Mi godo il momento». E poi, con una pausa appena accennata, chiude il cerchio perfetto di questa domenica americana: «Dedico questa vittoria ad Alex Zanardi».

A Bologna, tra i portici di San Luca, forse qualcuno stapperà una bottiglia di Sangiovese buono, di quello che lascia il segno rosso sul bicchiere. Si brinderà a un ragazzino che sta riscrivendo la storia, e a quel filo invisibile che lega la via Emilia all’infinito.

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