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Un bacio al destino

Pubblicato il 5 maggio 2026, 09:31 (Aggiornato il 5 maggio 2026, 10:40)
Il rumore del silenzio
Il silenzio, improvviso. Come uno schiaffo. Nel tempio del frastuono, la Formula Uno spegne il volume, abbassa la visiera e si scopre fragile. Nuda. Sulla griglia della Sprint, l’asfalto scotta, ma i piloti sono di ghiaccio. Statue di sale dentro tute ignifughe. I motori tacciono.

Sessanta secondi di vuoto spinto in un mondo che prega solo il dio della velocità. Alex Zanardi è scivolato via venerdì notte. Cinquantanove anni. Un corpo offeso, tagliato a metà, ricostruito con il carbonio e con un’ostinazione feroce, quasi scandalosa. Dal maxischermo ci guarda la sua faccia. Quel sorriso largo, impudente. Un sorriso disegnato apposta per irridere le sentenze definitive, per sbeffeggiare la tragedia e spiegare al destino che non si vince mai per abbandono. Lei gli aveva preso le gambe, lui le aveva riso in faccia e si era preso il mondo con la forza delle braccia.
Eppure, il destino è un cinico sceneggiatore. Non si accontenta del dramma, cerca la macabra simmetria. Ha il gusto perverso delle date. Ha scelto il primo di maggio, la festa di chi fatica. E Alex, in fondo, era un operaio della resurrezione. La stessa data in cui, trentadue anni fa, contro il muro del Tamburello, si è schiantato il volo di Ayrton Senna.
Due anime agli antipodi, unite dalla stessa riga di fine pagina. Ayrton era l’astrazione, l’estasi, il campione malinconico che cercava Dio oltre la staccata, perennemente in bilico sul baratro. L’inverno dell’anima. Zanardi era la terra, il sangue, la carne. L’ironia. L’uomo che a Dio non chiedeva miracoli, ma solo gli attrezzi giusti per riparare il guasto. Ayrton lottava contro i suoi demoni, Alex ci faceva a pugni e poi li invitava a bere una birra. Ora condividono l’uscita di scena. La stessa porta stretta.
Mentre il cronometro divora questo minuto di silenzio, intollerabile e bellissimo, capisci che il motorsport non sta piangendo solo un pilota. Sta piangendo l’uomo che aveva sconfitto la pietà. Colui che aveva fatto del rumore della vita la sua sinfonia più prepotente, insegnandoci che si può essere interi anche quando si è a pezzi.
I motori tornano a urlare. Si corre. Perché lui, che non sapeva stare fermo, avrebbe voluto esattamente questo.
(3/3).
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