Temi caldi
Kimi, il rumore del mito

Pubblicato il 27 ottobre 2026, 08:10
Cent'anni col piede giù
E in questo cortocircuito di gioia feroce, mentre un italiano riporta il tricolore al centro esatto della geografia dell’anima, il pensiero corre inevitabilmente a un fantasma. Venti ottobre 2026. Cent’anni esatti. A pensare a Marcello Sabbatini al traguardo del secolo fa un effetto strano, uno scarto del cuore. Se n’è andato nel 2008, a ottantun anni, portandosi via un pezzo di noi. Tanti capitani si sono passati il timone su questo ponte di comando, ma il nome di Marcello non è solo legato ad Autosprint. Marcello è Autosprint. L’ha preso tra le mani nel 1966. Non era una rivista, allora. Era un bambino con le ginocchia sbucciate che muoveva i primi passi. Marcello gli ha insegnato a camminare. Poi a correre, a saltare. Gli ha insegnato a urlare di gioia cieca per i trionfi della Ferrari, e a piangere, con lacrime calde, rabbiose e salate, per le tragedie che ci portavano via piloti che erano fratelli, amici, eroi di carta e di carne. Ha preso quel bambino e ne ha fatto un uomo.
Settembre 1979. Scheckter, la Rossa, Monza in delirio. Trecentomila copie tirate. Un record incastonato per sempre nella storia dell’editoria. Un Everest mai più scalato. Ma i numeri non bastano. Non spiegano nulla. Sotto la spinta di Sabbatini, Autosprint non è stato un giornale, è stato un fenomeno. Il nord magnetico di una generazione. Una febbre. C’erano i ragazzini che lo aprivano di nascosto sotto il banco di scuola, il martedì mattina, col cuore a mille.
E c’era un uomo, a Maranello, dietro un paio di occhiali scuri. Enzo Ferrari non aspettava l’alba del martedì. Non ci riusciva. Il lunedì pomeriggio mandava il suo autista personale alla stazione di Bologna, per intercettare in edicola i primissimi pacchi ancora legati con lo spago. Voleva la sua copia. Subito. In segreto. Perché doveva prepararsi al ring. Doveva studiare le mosse, incassare prima le punzecchiature, le stoccate d’inchiostro. Perché il giornale di Marcello non taceva mai. E soprattutto, non chinava mai la testa di fronte alle “dichiarazioni di comodo” che usavano in Ferrari per mascherare i giorni storti. Sabbatini andava giù duro. E il Drake, in fondo, amava e temeva proprio questo.
La rivoluzione dell'Autosprint di Marcello Sabbatini
L’Autosprint di Marcello è stato una rivoluzione. Ha inventato battaglie epocali. La “Febbre Villeneuve”, prima di tutto. Una follia collettiva, un innamoramento nazionale per le sbandate di quel piccolo canadese, che Sabbatini ha intuito e cavalcato prima di tutti. E poi i Caschi d’Oro, una notte delle stelle che brilla ancora oggi. E la corsa dei piloti di F.1 per il Friuli straziato dal terremoto. Il fondo Nilsson. E quella guerra di trincea, dura e purissima, a difesa di Riccardo Patrese, messo ingiustamente alla gogna per l’incidente di Peterson a Monza, nel ‘78. Marcello non ci stette. Fece da scudo.
Cosa ci manca, oggi, di Marcello Sabbatini? Tutto. Ci manca la sua totale, meravigliosa assenza di diplomazia. In un mondo del motorsport diventato improvvisamente educato, igienizzato, dove tutti ringraziano il team, i ragazzi in fabbrica e lo sponsor anche quando gli è appena esploso il motore all’ultimo giro, Marcello entrerebbe in sala stampa e farebbe saltare il banco in tre secondi netti. Ci manca quella fame lì. L’idea che questo sport non sia intrattenimento da consumare sul divano tra una serie tv e l’altra, ma una questione di vita o di morte. Una fede laica. Un posto dove gli uomini si misurano col limite e chi li racconta ha il dovere sacro di non annoiare mai, di non chinare mai la testa, di stare sempre e solo dalla parte di chi paga il biglietto e aspetta un sorpasso sotto la pioggia.
In tutta la sua carriera ad Autosprint, lui che è sempre stato visceralmente, ferocemente dalla parte degli italiani, non ha mai potuto celebrare un campione del mondo tricolore in Formula Uno. Ci fu Mario Andretti, certo, ma l’inno che suonava era quello americano. Chissà che cosa avrebbe scritto oggi. Chissà quale emozione avrebbe vissuto nel vedere questo ragazzino sfrontato mettere in riga il mondo intero.
Cent’anni, Marcello. Se c’è un paradiso dei direttori, oggi lì sopra non si dorme. Ci sarà fumo di sigaretta, odore di bozze fresche, Enzo Ferrari all’altro capo del filo che minaccia querele e tu che ridi, urli al proto di cambiare tutta la prima pagina all’ultimo minuto e ci insegni, ancora una volta, come si fa a tenere il piede giù. Sempre. Fino in fondo.
(2/2)
2 di 2
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading

